domenica 28 agosto 2016

Lo show dei record...quarta parte


Ad inizio anni duemila, si presenta al mondiale Superbike l'americano Ben Bostrom, l'ennesimo yankee di una serie che, mentre Edwards e Bayliss lottano per il titolo, riesce ad accattivarsi molti appassionati. Merito del suo talento e dell'essere un pilota ufficiale Ducati, corre per tre anni consecutivi con la bicilindrica italiana e nella sua miglior stagione, il 2001, ottiene tutte le 6 vittorie della sua carriera, di cui 5 di seguito; quante quelle di Bayliss che vince il campionato. Anche Bostrom lascia il mondiale per tornare a correre nel campionato nazionale USA, ma si fa rivedere dagli ex colleghi nel 2005 con il Team Renegade Koji su Honda CBR 1000RR, disputando tutta la stagione, ma senza successi e con un sesto posto come miglior piazzamento. Un pilota di passaggio, in un campionato nel quale, pur avendo vinto molto rispetto tanti altri piloti di più longeva attività, non riesce a titolare la propria miglior stagione. Con il terzo posto in classifica finale nel 2001, è stato un protagonista, ma anche una meteora.


Di ritorno dalla MotoGP senza alcuna fortuna, Bayliss riparte dalla Ducati 999 lasciata libera da James Toseland passato in Honda e inanella 12 vittorie; le cui prime 8 consecutive. Domina la stagione e diventa campione del mondo nel penultimo round a Imola, quando in gara 1 gli basta un quinto posto. Galvanizzato dalla conquista del titolo, vince gara 2 sul tracciato di casa della Ducati.


La stagione 2007 è sorprendente dall'inizio, all'epilogo. E' l'anno di esordio in questa categoria del pluricampione classe 250 Max Biaggi. Il pilota romano, dopo un anno sabbatico dalle corse, approda al Team Suzuki Alstare facendo vedere subito a tutti di che stoffa è fatto. Vince gara 1 in Qatar e fa segnare il giro veloce in entrambe le manche. Le premesse sono ottime, ma appena il campionato prende il largo le vittorie tardano e vince solo altre due gare, una a Brno e una a Vallelunga, due circuiti storicamente congeniali a Biaggi. Chiude la classifica al terzo posto dietro Noriyuki Haga secondo e James toseland campione con la Honda Ten Kate. Il pilota di Sheffield ritorna in vetta dopo essere passato alla quattro cilindri giapponese, ma il campionato è combattuto e dopo 8 vittorie, subisce un calo di prestazioni. Ne approfitta Haga che rimonta, ma si ferma a soli 2 punti di distacco con un bagaglio di 6 vittorie.


La Ducati 999 va in pensione e viene rimpiazzata dalla 1098 affidata a Bayliss e Lorenzo Lanzi. Il romagnolo vince gara 1 in spagna, ma è sempre lontano dal fare classifica, mentre Troy vince 11 gare e in una nuova apoteosi di successi si conferma campione per la terza volta e sulla terza serie diversa di Ducati. Di fatto la carriera del pilota australiano è segnata dagli anni trascorsi nel team di Borgo Panigale, squadra a cui si è legato e con la quale ha disputato tutte le sue stagioni in Superbike. Anche Biaggi è passato nel frattempo alla Ducati del Team Sterilgarda Go Eleven, ma risulta essere una stagione opaca, avida di risultati e con nessuna vittoria.


Dopo Corser, Bayliss è il secondo australiano che diventa pluricampione in Superbike, ma prima di lui, un altro pilota proveniente dalla terra dei canguri arriva in questa competizione con premesse pazzesche, è Anthony Gobert.


E' l'inizio di "The Go Show", quando nel 1994, a soli diciannove anni, Gobert arriva in Superbike con un contratto firmato con Honda, ma per motivi ancora non noti, a Phillip Island, ultima prova del campionato, l'australiano si accasa nel Team Muzzy al fianco di Scott Russell su Kawasaki. Funambolico, incredibile, viene subito considerato il pilota più talentuoso di tutto il circus. Sulla pista di casa ottiene la pole, sale sul podio in gara 1 e vince gara 2 facendo impazzire il pubblico.


Nel 1995 è ancora al fianco di Russell che interrompe la stagione dopo soli tre round per prendere il posto di Kevin Schwantz nella classe 500 GP. Gobert mette in scena il suo show, ma porta a casa 2 sole vittorie, in gara 1 a Laguna Seca e gara 2 di nuovo a Phillip Island. Alla fine è quarto in classifica dietro ai più esperti Fogarty, Corser e Slight.


Il 1996 è l'anno in cui vince 3 gare, ma chiude il campionato dietro al compagno di team Simon Crafar, che lo precede di 13 punti, senza alcuna vittoria. L'anno successivo passa al Motomondiale col Team Lucky Strike Suzuki. Prende parte a 9 gare, ma viene squalificato perché positivo al doping, generando il primo caso della storia del motociclismo. E' l'anticipazione del declino di questo pilota. Infatti, nel 1998, si trasferisce nel campionato AMA e partecipa alla Superbike come Wild Card.


Nuovamente fermato per Doping, si becca una squalifica ridotta a 3 gare. Nel 1999, con la Ducati del Team Vance & Hines, vince gara 1 del round di Laguna Seca al quale partecipa grazie ad una Wild Card e nel 2000 ottiene l'ingaggio del Team MVR Bimota Exp. Con la SB8R, vince gara 1 di Phillip Island portando la moto riminese al successo dopo 11 anni. Bimota però entra in crisi finanziaria e deve abbandonare la competizione lasciando Anthony libero. Passa al BSB su Yamaha e partecipa alle tappe inglesi del mondiale.


Partecipa nuovamente al mondiale 500 con la MUZ e la KR3, ma non è più brillante come ad inizio carriera. Torna a correre nel campionato americano Supersport e si riaffaccia al mondiale grazie a delle Wild Card, ma non riuscirà più ad incantare col suo talento. Arrivato al mondiale molto giovane, dimostrando capacità uniche, si è poi perso nei rivoli di una vita sregolata. Eppure era accattivante come una rock star quel pilota un po' in carne, coi pearcing ai capezzoli e i capelli colorati di rosso vivo, ma questa eccentricità non fa un campione senza i risultati. Anthony Gobert è probabilmente il più bruciato dei talenti della storia del mondiale Superbike e non solo.


Fenomeno su Bimota SB8R

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lunedì 15 agosto 2016

Motociclisti nella pioggia, perché alcuni vanno forte?


Stavamo tornando da un viaggio in Sicilia quando, tra Barberino e Roncobilaccio, sulla "vecchia" A1, ci becchiamo il diluvio. Sul tratto in cui in ogni stagione piove, Liliana ed io decidiamo di fermarci a fare benzina e il punto della situazione. Casualmente un'altro equipaggio a bordo di un GS di ultima generazione ha avuto la medesima idea, ma mentre noi ci limitiamo a fare rifornimento, a valutare l'intensità della pioggia e il cielo, per altro già buio, loro si vestono con una tuta anti acqua d'emergenza. Così decidiamo di continuare e che comunque arriveremo verso Bologna già fuori dal temporale. Mentre ci accingiamo a partire, scambiamo un cordiale saluto motociclistico con gli altri viaggiatori, ma questo fa scattare la proverbialità altrui: "Se non avete la muta da acqua, è meglio che non partiate!". A questo punto mi scuso col lettore e dico; ma vi pare una cosa da motociclisti questa frase? Quindi rispondo: "Sè! Stà d'avdé!!!" (Si! Stai a vedere!!!), metto la prima, e parto. Da quel momento nulla poteva più fermarci e la pioggia era solo un dettaglio in una guida fluida e sicura, senza sbavature e concreta. Abbiamo lasciato gli altri dietro e ci siamo lanciati verso Sasso Marconi superando un'auto dopo l'altra, in totale sicurezza e prudenza, ma con una velocità di crociera accettabile.


Mi è capitato spesso di uscire in moto nei week-end e di beccare la pioggia a 1000 mt., ma di non preoccuparmi tanto e di percorrere i tornanti con un passo accettabile. I fattori si sballano quando piove, ma si tratta di saper accettare quello che viene e volgerlo a proprio favore. Tutto è falsato con un asfalto bagnato che non drena bene. Ma avere cura della propria moto equivale ad avere cura di se e della propria incolumità. Così, gomme sempre performanti e moto perfettamente funzionante. Il resto lo fa il polso e l'esperienza. C'è un immagine strana che appare nella mia mente ogni volta che piove e sono in giro in moto, le uova! Cartoni di uova disposti a tappeto sono la figura che si staglia nella mia mente, mentre guido sul bagnato cercando di sfruttare comunque il potenziale della moto. Mi vedo con le ruote su questi cartoni di uova che non sono così fragili, ma non devo andare ne piano, ne forte, altrimenti si spiaccicano.


Con questa concentrazione, è tutta questione di esperienza. Col passare del tempo, mi viene da dire che amo la pioggia come fattore atmosferico sul quale misurare le mie capacità. Alcuni mi direbbero che non ha senso uscire in moto se piove, perché il gusto non c'è nel bagnarsi all'inverosimile. Ma l'esperienza è dovuta al fatto di aver avuto una moto vera come unico mezzo di locomozione prima dell'auto. Quando ogni mio spostamento era in sella ad una Honda MTX-R 125, non c'era intemperia che tenesse. Neve, sole a picco, pioggia torrenziale, nebbia e chi più ne ha... Nulla poteva fermarmi. Paradossalmente le cadute più rovinose le ho subite con un tempo e un clima ottimo e questo è un po' il contrappasso del motociclista che si fa "male", quando tutto va così bene, che si rilassa troppo.


Quindi ho sentito un ex campione del mondo Classe 500 che dichiarava di andare forte col bagnato perché era un motociclista anche nella vita privata e che era sempre andato in giro in moto anche quando di mestiere non faceva il pilota professionista. Sono storiche alcune imprese sportive ottenute sotto il diluvio universale. Nel 1998 a Donington Park, gara delle 500, piove che Dio la manda e un pilota particolarmente incline alle piste bagnate si mette tutti dietro con la sua Yamaha WCM gommata Dunlop. Si tratta del neozelandese Simon Crafar, un buon pilota che aveva ottenuto risultati in Superbike, ma se avesse corso sempre sotto la pioggia sarebbe stato uno dei più forti di tutti i tempi. Nel 2007 a Le Mans, gara della MotoGP, sotto un acquazzone biblico, è il pilota del Team Rizla Suzuki, Chris Vermeulen che batte tutti e vince il Gran Premio di Francia, segnando l'unica vittoria in stagione per la casa di Hamamatsu. Precedentemente, e siamo al  1989, sull'allora Santamonica di Misano Adriatico, Pierfrancesco Chili, vince la gara delle 500, disputata in seguito ad un sciopero di molti protagonisti di quel mondiale che ritenevano la corsa troppo rischiosa con la pioggia. Si beccarono una multa pro capite di 2000 franchi svizzeri per aver disertato la gara dopo che non avevano avuto l'ok per disputare giri di prova per testare le condizioni dell'asfalto.


La pioggia nello sport è sempre un fattore ambiguo. Alcune gare si sono risolte con epiloghi memorabili, altre si sono svolte in parte, decretando classifiche con punteggio dimezzato e mezzi punti, determinanti per la vittoria del campionato. Il punto principale del fattore pioggia è la sicurezza dei partecipanti alle gare e spesso non s'indugia, ma si tende a non correre più del necessario per omologare i risultati dei GP. Meno spettacolo, ma più sicurezza è un po' la filosofia delle equipe dei commissari di percorso negli eventi di motociclismo sportivo. L'ultimo caso eclatante di vittoria su pista fradicia è la gara dalla Moto GP di Assen di quest'anno 2016 con Jack Miller che, dopo un'interruzione e una seconda partenza, vince quando tutti i big sono fuori dai giochi per le numerose cadute e solo Marquez capitalizza il risultato lasciando l'australiano libero di fare gara da solo accontentandosi del secondo posto.


Ci sono poi le road races, gare alle quali partecipano veri specialisti del genere, abituati ad affrontare le strade sotto ogni tempo. Il Tourist Trophy dell'Isola di Man è comunque una gara che viene continuamente valutata durante le due settimane di prove e gare, entro le quali non si lascia nulla per scontato e se non è stata sospesa per pioggia, comunque lo è stata per nebbia. Significa un'attenzione altissima riguardo il meteo su un tracciato stradale dove si può passare in un solo giro di 60 km dalla pioggia, al sereno, alla foschia più fitta, rendendo tutto più difficile. I partecipanti a queste competizioni sono spesso europei britannici, capaci di rendere anche in condizioni di tempo avverso, poiché il territorio in cui sono cresciuti non offre certo giornate mediterranee.


vignetta di LUCA RUGGERI

Detto questo, invito tutti i motociclisti a non disdegnare le giornate variabili. Col giusto equipaggiamento e la giusta mentalità, si può trarre molto da esperienze di questo tipo. E si può imparare a non avere un solo modo di guidare che rende limitante il viaggiare in moto. Ed è risaputo che la cosa più bella della moto è andarci in giro.

lunedì 1 agosto 2016

Lo show dei record...terza parte


Dopo aver vinto il campionato, Bayliss sale su un'altra quattro tempi, ma in MotoGP e in Superbike gli avversari non perdono tempo. Prima però c'è un'altra stagione infuocata che si conclude nuovamente sulla pista del Santerno nell'eterna sfida tra Honda e Ducati. Infatti Edwards e Bayliss arrivano all'ultimo round per vincere il titolo e in quella che varrà considerata la gara delle gare, è il texano a vincere. Un trionfo che sa di spareggio tra i due rivali e vale il secondo titolo per la VTR 1000. Infatti durante tutto il 2002, questi piloti si sono divisi le vittorie. Per Bayliss sono 14 dalla prima gara in Spagna, fino a gara 1 di Laguna Seca, dove gara 2 è vinta proprio da Edwards. E se Bayliss inanella 2 serie da 6 gare e una doppietta, per il pilota Honda sono 9 vittorie di fila su 11 totali dalla gara di casa in poi, chiudendo il campionato in bellezza.


Con il campione in carica e il suo vice in MotoGP, è la volta di Neil Hodgson. In Ducati hanno pronta una moto nuovissima, la 999 che viene affidata al britannico Hodgson e allo spagnolo Xaus. Il primo è un pilota di tutto rilievo e ha fatto esperienza con il Team GSE, diventato poi HM Plant, sulle bellissime Ducati 998 arancioni.


Infatti, con il Team ufficiale Ducati, Hodgson vince la bellezza di 13 gare infliggendo al compagno di squadra Ruben Xaus, che arriva secondo, un distacco di 103 punti in classifica generale. Il Dominio della Ducati 999 all'esordio nel mondiale è un altro record, ed è un successo destinato a proseguire per altre stagioni.


Anche Xaus e Hodgson intraprendono la via della MotoGP e per il 2004 i piloti ufficiali arrivano da squadre private Ducati. Sono Régis Laconi dal Team Caracchi e James Toseland ex compagno di Hodgson nel Team HM Plant.


Prosegue il successo della Ducati 999, ma questa stagione ricorda quella del 1993, quando a Fogarty non bastarono le numerose vittorie per portare a casa il titolo. Questo campionato va a Toseland con sole 3 vittorie all'attivo, ma 9 fondamentali secondi posti, mentre Laconi arriva secondo con 7 successi sui quali gravano 4 ritiri.


Toseland col trofeo di campione WSBK

Pierfrancesco Chili è un mattatore e non contribuisce solo a fare la storia in Ducati, ma la sua firma è insieme a quella di chi ha scritto le pagine più importanti della Superbike. Arriva nelle derivate di serie dal motomondiale dove ha corso in 250 e 500 vincendo un totale di 5 GP. Inizia nel 1995 e vince la sua prima gara della serie a Monza in gara 2, unico successo dell'anno, ma che si ripete l'anno successivo e rimarrà in Ducati fino al 1998 contando 11 vittorie complessive.


Nel 1999 passa alla Suzuki del Team Alstare e dopo 4 podi, 4 ritiri e vari piazzamenti, vince gara 2 in Austria portando la casa di Hamamatsu alla prima storica vittoria in Superbike. A fine stagione saranno 2. Per 3 anni in Suzuki saranno solo 4 le vittorie, ma ormai è un pilota consacrato dai tifosi di tutto il mondo e curiosamente è molto apprezzato in Inghilterra, dove lo chiamano ufficialmente con lo pseudonimo di "Frankie".


Ritorna in Ducati nel 2002 e ci resta per 3 stagioni vincendo le sole ultime 2 gare delle sua carriera. Nel 2005 corre con la Honda privata del Team Klaffi e chiude nel 2006 col Team DFX sempre su Honda CBR 1000. In 11 anni di Superbike ha vinto 19 gare ed è stato un osso duro per molti piloti.


continua...

domenica 24 luglio 2016

Lo show dei record...seconda parte


Nel 1996, i colori Ducati sono difesi da vari piloti pretendenti al titolo. Uno tra questi è John Kocinski. Il ragazzo di Little Rock, è un veterano del motomondiale dove ha corso sia in 250 che in 500, diventando campione della quarto di litro nel 1990. Con la rossa vince 5 gare e con 7 podi arriva terzo in classifica finale. Da debuttante è un ottimo risultato, ma quando nel 1997 prende in consegna la Honda lasciata da Fogarty, stravince il mondiale diventando il primo pilota ad aver conquistato un titolo nelle moto da GP e un titolo nelle derivate di serie. Con 9 vittorie, 4 secondi e 4 terzi, Kocinski è il primo vero "eroe dei due mondi".


L'australiano Troy Corser raccoglie il testimone di Fogarty in Ducati e con la bicilindrica vince 7 gare e il titolo di campione 1996. Ma il pezzo forte del pilota di Wollongong è il "giro secco", infatti sono 5 le super-pole e durante tutta la sua carriera si distinguerà per quest'abilità, registrando il record ancora imbattuto di 43 partenze dalla prima tavella. Lascia la Superbike per la classe 500, per poi tornare alla quattro tempi nel 1998, diventando un pilota di riferimento di tutto il campionato. Tant'è che, a nove anni dal primo titolo, nel 2005 ne vince un secondo in sella alla Suzuki del Team Alstare, il primo assoluto per Hamamatsu.


Corser nel 2005

Il dualismo tra il colosso Honda e la più piccola Ducati sembra destinato ad altre battute e con il progetto VTR, la casa di Tokyo schiera per il 2000 due piloti fortissimi, l'esperto Aaron Slight e il texano Colin Edwards.


Come Ducati, anche Honda riesce ad affermarsi con tre generazioni di superbike e dopo RC30 ed RC45, è la volta del modello VTR 1000. Colin Edwards si trova a battagliare con piloti più esperti come Chili, Fogarty, Corser e lo stesso compagno di colori Slight, ma alla fine del 2000 è campione del mondo. Subito al vertice nella prima stagione insieme, "Texas Tornado" e la bicilindrica di Tokyo, riescono a contrastare le rosse di Borgo Panigale con il motore bicilindrico. Infatti tutte le giapponesi si erano sempre presentate con motori a quattro cilindri di 750 cc come da regolamento, soffrendo però nei percorsi più tortuosi, dove la coppia ai bassi regimi è fondamentale.


Dal 1999 le bicilindriche 1000 cc aumentano e c'è una nuova concorrente, l'Aprilia. E' l'esordio ufficiale nelle corse per un motore quattro tempi della casa di Noale. Il pilota che compie i primi passi di quest'avventura è Peter Goddard, che viene affiancato da Alessandro Antonello, ma è nell'anno successivo che arrivano i risultati veri e le prime vittorie. Con Troy Corser, l'RSV 1000 vince 5 gare e si piazza terza in classifica finale.


La stagione seguente vede come protagonista il successore di Carl Fogarty, Troy Bayliss. Nel 2000, l'australiano si è alternato insieme a Luca Cadalora sulla Ducati 998 lasciata prematuramente da "Foggy", ottenendo buoni risultati da esordiente con 2 vittorie, 5 secondi e 2 terzi posti personali. Memorabile è il sorpasso a Monza dove infila 4 piloti in un colpo solo conoscendo poco la moto e zero la pista.


Con questa premessa, Bayliss sembra destinato a brillanti successi e nel 2001 con la 998 diventa campione del mondo, battagliando fino all'ultimo con Edwards nel duello Honda - Ducati. Alla fine della stagione le vittorie a favore dell'australiano saranno 6 contro le 4 di Edwards che arriva secondo. Ad Imola Bayliss corre con una Ducati color argento per ricordare la vittoria della bicilindrica nella 200 miglia del 1972 , ma cade all'ultimo giro di gara 1 e non prende parte a gara due che va a Régis Laconi su Aprilia RSV 1000.


998 di Bayliss a Imola nel 2001

continua...

sabato 9 luglio 2016

Federico Caricasulo, Misano 2016.













Federico Caricasulo #64

1st Superpole WSS Misano (18-06-16)
2st Race WSS Misano (19-06-16)

domenica 3 luglio 2016

Lo show dei record...prima parte


Domenica 3 aprile 1988 segna l'inizio del mondiale Superbike con il primo round sul circuito inglese di Donington Park. In quell'occasione fu un tripudio tutto italiano perché in gara 1 s'impose Davide Tardozzi su Bimota, mentre in gara 2 vinse la Ducati 851 pilotata da Marco Lucchinelli. Quest'inizio, è già un piccolo record all'insegna del tricolore italiano, ma, come vorrei dimostrare, il mondiale Superbike è di fatto un campionato dalle tante singolari imprese che sono state compiute in appena 27 anni di storia (escludendo il 2016 in corso). Così possiamo ripercorrere i momenti salienti e confrontare i dati più significativi di questo "show", che da vari lustri, si ripete nelle piste di mezzo mondo.


Nelle prime due stagioni trionfa uno statunitense di nome Fred Merkel. Della stessa scuola americana dei vari Schwantz e Rainey, questo pilota arriva in Europa dopo una brillante esperienza in patria e passa da ufficiale HRC a privato del Team Rumi, vincendo due titoli con la Honda RC30.


Due su due per il trio Rumi - Honda - Merkel, arriva la volta di Ducati che conquista il primo mondiale Superbike della sua storia col francese Raymond Roche. Il pilota transalpino gode di esperienza nelle due tempi da GP e nel 1990 vince questo campionato con ben 8 vittorie e 7 secondi posti a suo favore.


E' iniziata l'epopea Ducati in Superbike e a portare a casa i titoli 1991 e 1992, ci pensa una altro statunitense, il texano Doug Polen che, prima col Team Ferracci, poi col team ufficiale Police Ducati, batte l'agguerrita concorrenza. Dopo i primi cinque campionati, quattro sono di due piloti americani. Un risultato plausibile perché la formula di queste gare è ispirata in modo netto alle gare del campionato nazionale americano e negli States riscuotono un successo maggiore rispetto al motomondiale grazie alle due manche che garantiscono spettacolo.


Scott Russell e già il terzo campione del mondo born in the USA. La Superbike sembra essere molto nelle corde degli Yankee. Sarà col team Muzzy che Russell porterà la Kawasaki al successo finale che si concretizzerà con poche vittorie (solo 5), ma molti secondi posti (ben 12), ed è infatti qualcun'altro di grande talento che vince 11 manche, ma spesso cade o si ritira, mettendo degli zero sul tabellone dei punti. Si tratta di Carl Fogarty, "the king", colui che ad oggi è l'emblema di questa disciplina, il più vincente in Ducati e di tutti quanti, con quattro titoli mondiali. 


Scott Russell scherza "mani in faccia" con Carl Fogarty

Il campione di Blackburn, vince 10 gare nel 1994 che, con 4 secondi posti, gli garantiscono la leadership mondiale. Nell'anno successivo è l'apoteosi con 13 vittorie e 6 secondi posti in sella alla rossa di Borgo Panigale. Un dominio netto che lo fa diventare campione per la seconda volta, ma lo rende così vincente da provare l'avventura in Honda, sulla RC45 al fianco di Aaron Slight. Questo passaggio di scuderia non è fortunato e il 1996 si conclude con un clamoroso quarto posto finale dietro alle sue ex moto, le Ducati. Così torna sulla bicilindrica italiana dove però non vince e a fine 1997 è secondo dietro a Kocinski che lo ha rimpiazzato sulla Honda (e per la seconda volta). Torna a regnare "King Carl", e nel 1998 sono 3 vittorie 6 secondi e 5 terzi che consegnano la tripletta nelle mani del re, che si ripete l'anno dopo con una stagione schiacciante.


Fogarty è tornato grande e nessuno come lui, conquista il quarto titolo a suon di 11 primi posti, 6 secondi e 2 terzi. Su dodici stagioni di cui sei al top, "porta a casa" 4 mondiali e resta il più titolato della Superbike. Questi trionfi sono tutti con Ducati nelle sue evoluzioni 916-996. Purtroppo la sua carriera s'interrompe nel 2000 a Philip Island, quando a bassa velocità tampona un pilota fermo in pista. La botta è rovinosa e si frattura la spalla in modo irrimediabile. Costretto al ritiro, in Ducati arriva un degno successore, Troy Bayliss.


continua...

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